La CISL per l’Europa


ITALIA 2018 La CISL

per l’Europa, il lavoro, il fisco, il welfare

romA, 29 gennAio 2018

http://www.cisl.it

Auditorium – viA rieti, 13

ITALIA 2018
La CISL per l’Europa,

il lavoro, il fisco, il welfare

SOMMARIO

L’EUROPA 3 IL LAVORO 8 IL FISCO 13 IL WELFARE 18

L’EUROPA

L’Unione Europea da troppo tempo non offre la prospettiva di civiltà per la quale è nata: unire gli Stati membri in una Federazione internazionale, gli Stati Uniti d’Europa; perseguire una governance globale multilaterale; sostenere una crescita socialmente e ambientalmente sostenibile; presidiare i valori di giustizia sociale, solidarietà, coopera- zione e, in quanto tale, garantire la pace.

Su questa latitanza etica e politica sono nate e si sono sviluppati i nazional populismi europei, la Brexit, le regressioni alle barriere e ai muri etnici, mentre riemergono nel mondo spinte ai protezionismi, alle barriere commerciali, alle guerre valutarie, inquie- tanti premesse che nel XX secolo hanno preceduto le guerre mondiali.

Per queste ragioni l’Europa deve tornare, con rinnovato slancio, alla sua originaria missione di civiltà per i popoli europei e per il mondo.

Questione ormai non più rinviabile perché l’Europa è verticalmente divisa tra Governi europeisti che intendono, pur con diversi accenti, continuare il percorso di integrazione e Governi nazional-sovranisti del Centro e dell’Est Europa che mirano a mantenere i vantaggi del mercato comune e dei Fondi strutturali, respingendo ogni forma di sovra- nità europea e presidiando, con assoluta determinazione, come in Polonia, assetti costi- tuzionali illiberali incompatibili con i Trattati.

In questo contesto la linea di demarcazione europea diventa decisiva per la campa- gna elettorale in corso in Italia come lo sarà l’esito delle politiche 2018, che decideranno – secondo lo schieramento che sarà eletto – se il nostro Paese – tra i fondatori dell’Unio- ne Europea – sarà o meno protagonista di un’Europa più forte e unita.

DAL MODELLO INTERGOVERNATIVO ALLA PIENEZZA DELLA DEMOCRAZIA

L’Europa è lontana, molto lontana, dai suoi cittadini, che eleggono un Parlamento di rappresentanti nazionali su liste nazionali, i cui poteri sono residuali rispetto ai poteri reali degli Organi espressi dai Governi degli Stati membri: la Commissione Europea, il Consiglio Europeo, l’Eurogruppo.

Il risultato, più che noto, è un insieme di procedure decisionali e di politiche frutto di rapporti di forza e compromessi fra gli Stati membri, che non danno nessuna idea ai popoli europei di quali siano i criteri che dovrebbero orientare l’Unione.

In questo profondo deficit di partecipazione democratica dei suoi popoli, tipico dell’as- setto istituzionale intergovernativo, sta uno dei virus, non l’unico ma forse il più grave, che ha logorato l’entusiasmo e l’orgoglio che l’idea di un’Europa unita suscitava ancora nell’ultimo scorcio del secolo scorso per trasformarli – in vaste aree di cittadini degli Stati membri – in una crescente ostilità anti europea e nel rifugiarsi nel potere illusorio di sovranità nazionali coltivate dai nazional-sovranismi.

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Al deficit di partecipazione è associato il blocco decisionale che deriva dal vincolo dell’unanimità su questioni strategiche.

La CISL per superare tutte queste criticità propone da tempo la necessità di aprire una fase costituente per avviare la transizione, con le opportune gradualità, dal modello istituzionale intergovernativo a una democrazia compiuta. A tal fine proponiamo:

  • di portare alla discussione e al voto del Parlamento il Programma della Commissione e dei Ministeri che saranno istituiti;
  • di dare formulazione giuridica e assetto istituzionale all’Europa a due velocità, pren- dendo atto delle evidenti divergenze strategiche fra gli Stati membri sugli obiettivi finali del processo di integrazione, distinguendo tra appartenenza debole all’Unione (mercato comune) dei Paesi non Euro e appartenenza forte dell’Eurozona (integra- zione piena che mira all’Unione politica federale), superando il vincolo dell’unanimità;
  • di procedere alla progressiva riforma dei Trattati. STATI UNITI D’EUROPA VS NAZIONALISMI

    La transizione istituzionale cui pensiamo rappresenterebbe la svolta adeguata alle domande dei popoli europei, il punto di accelerazione e di non ritorno nel percorso ver- so l’Europa federale, che può progressivamente rispondere a tutte le emergenze della politica europea, dotandola delle coerenti architetture e strumentazioni istituzionali.

    Il vero discrimine storico, che i nazional-populismi ignorano ad arte, riguarda l’obiet- tiva insufficienza degli Stati nazionali ad affrontare e governare, con i soli strumenti del- le politiche nazionali, le dinamiche globali che li sovrastano. Questo vale per le dinami- che finanziarie e le crisi finanziarie, per le recessioni, per gli sconvolgimenti del lavoro, della coesione sociale e della composizione delle classi sociali, per i flussi migratori, per la sicurezza interna, per la politica estera.

    Un’Europa in grado di completare l’integrazione economica e di realizzare l’unità po- litica in una Federazione internazionale di Stati assumerebbe un ruolo di rilievo, cam- biando strutturalmente la prospettiva, la direzione di marcia, il futuro dei suoi popoli e del mondo.

    POLITICA ECONOMICA

    La politica di austerità fiscale, accentuata durante gli anni della crisi, unitamente all’interdizione di ogni forma di solidarietà di bilancio (con le necessarie garanzie di riserve auree e di asset pubblici degli Stati membri) ha contribuito – non meno del de- ficit di partecipazione democratica – al rafforzamento dello spirito antieuropeo. Urge, pertanto, una svolta chiara, decisa e percepibile, con precisi contenuti politici e assetti istituzionali. Queste le nostre proposte:

    1. Creazione di un Ministro dell’Economia europea con i corollari necessari per farne un’innovazione sostanziale e cioè:
    a. capovolgere la logica del Fiscal Compact subordinando l’equilibrio di bilancio al

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raggiungimento di una crescita sostenuta di lungo periodo, ovvero cambiandone la natura in Investment Compact, come richiedono le condizioni radicalmente mutate dell’economia europea;

  1. potenziare la dotazione del Bilancio Europeo dall’1% al 2% del PIL;
  2. prevedere che il Ministro dell’Economia risponda al Parlamento Europeo.

2. Trasformazione del Fondo salva Stati (European Stability Mechanism, ESM) in Fondo Monetario Europeo, sotto la responsabilità gestionale del Ministero dell’E- conomia, con il compito di:

  • intervenire a sostegno dei Paesi in difficoltà finanziaria, stabilizzandone gli investi-

    menti e favorendone la competitività;

  • essere il prestatore di ultima istanza delle banche europee in crisi;
  • gestire, attraverso gli Euro Bond, quote dei debiti sovrani dei Paesi membri, con le

    opportune garanzie degli stessi;

  • emettere Euro Bond finalizzati a finanziare Piani di investimento europei in infra-

    strutture logiche e fisiche, opportunamente integrati da Piani di investimenti nazio-

    nali, stornati dal calcolo del deficit che resterebbe circoscritto alle spese correnti;

  • offrire alla BCE la possibilità di acquistare debito europeo, anziché nazionale.

    È noto che la BCE intende chiudere entro l’estate la fase di politica monetaria ultra espansiva iniziata nel marzo 2015, che ha mitigato gli effetti negativi della politica fi- scale restrittiva e recessiva.

    Il passaggio dal Fiscal all’Investment Compact e le innovazioni istituzionali delineate aprirebbero una fase di crescita economica e di stabilità politica, dopo gli anni di supplenza della BCE, garantendo, nel lungo periodo, benefici ancor più rilevanti, in quanto strutturali: – per l’occupazione e per la coesione sociale;

    – tassi di interesse bassi per imprese e famiglie;
    – contenimento degli oneri di rifinanziamento dei debiti pubblici;
    – cambio euro/dollaro favorevole;
    – dinamica espansiva dell’export e saldo attivo della bilancia commerciale.

    POLITICA MIGRATORIA

    Intorno ai processi migratori e all’emergenza dei richiedenti asilo si sono creati fe- nomeni che richiedono risposte strutturali: dinamiche demografiche in caduta nei Paesi ricchi e crescenti nei Paesi poveri; gestione europea dei migranti e dei profughi; investi- menti e cooperazione con i Paesi di provenienza dei migranti per abbattere il fenomeno nel lungo periodo; guerra alle organizzazioni criminali degli scafisti; organizzazione di Centri di accoglienza nei Paesi d’imbarco; creazione di canali umanitari garantiti e selet- tivi per l’Europa; politiche europee di integrazione condivise.

    Il Piano della Commissione Europea di accoglienza di 165.000 migranti distribuiti fra i 27 Paesi membri in base al PIL, alla popolazione e al numero di migranti già accolti è fallito per l’opposizione intransigente dei Paesi dell’Est e per la sospensione temporanea del Trattato di Shengen.

    Per quanto apprezzabile e coraggioso, lo sforzo del Governo italiano di limitare i flussi

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migratori attraverso Accordi con la Libia e con i Paesi d’origine, contrastando gli scafisti e aprendo canali umanitari è impari rispetto alle dimensioni e alla complessità del fenomeno.

Ne consegue che, per non subire il potere di interdizione dei Paesi dell’Est, l’unica alternativa per non sancirne l’impossibilità di permanenza nell’Unione e per non lasciare soli i Paesi di approdo, come Italia e Grecia, sta nell’Europa a due velocità, con i Paesi europeisti che condividono un governo comune e solidale dei flussi migratori in base a PIL, popolazione, migranti già accolti.

Questa appare una scelta obbligata, in grado di salvare il progetto europeo dall’im- plosione, che presuppone il coraggio politico di capovolgere la falsa, ancorché domi- nante, narrazione sui migranti, raccontando semplicemente la verità e cioè che senza processi migratori governati il crescente declino demografico europeo produrrà in pochi decenni l’elevata caduta, della popolazione in età lavorativa, del PIL, del gettito fiscale e la proporzionale crescita esponenziale degli anziani, con l’impossibilità di mantenere gli attuali livelli di welfare in materia di pensioni, sanità, assistenza.

L’immigrazione e i contributi dei migranti sono, pertanto, essenziali per il manteni- mento del welfare per i residenti dei Paesi che accolgono!

POLITICA DI SICUREZZA E POLITICA ESTERA

Le vicende terroristiche che hanno insanguinato l’Europa negli anni recenti hanno fatto emergere i limiti delle attività di intelligence e dei sistemi di sicurezza nazionali e i grandi vantaggi che possono derivare da una stringente cooperazione e integrazione europea anche a questo livello.

Un Ministero degli Interni europeo, pertanto, sarebbe quanto mai necessario. Deve essere chiaro, in questa prospettiva, che non si tratta di definire e realizzare gerarchie di sovranità (Europa sopra, Stati nazionali sotto), ma di distribuire le aree di sovranità e di competenza in base alla natura dei fenomeni da governare, così da ottimizzare il coordinamento tra i livelli europeo e nazionali e garantire la massima efficacia.

L’Europa non ha una politica estera. L’Alto Commissariato per la politica estera, al di là della risonanza nominale, non esprime alcuna strategia di politica estera, gelosa- mente custodita dagli Stati membri, com’è risultato evidente in tutte le crisi recenti, nel corso delle quali ogni Stato ha perseguito il proprio interesse nazionale, dall’Ucraina, alle primavere arabe, al Medio Oriente.

Può l’Europa, di fronte a rivolte sociali, sconvolgimenti politici, conflitti militari cre- scenti ai suoi confini, continuare a non avere una politica estera univoca? Ecco un ulte- riore livello di sovranità che solo l’Europa potrebbe affrontare e risolvere con successo attraverso la creazione di un Ministero degli Esteri reale.

È quasi certo che le rivolte delle primavere arabe del 2011 se avessero trovato gli Stati Uniti d’Europa con una politica estera determinata a favorirne l’evoluzione demo- cratica, la cooperazione economica, il governo concertato dei flussi migratori avrebbero avuto un esito ben diverso.

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D’altro canto strategie quali la Nuova via della seta cinese (un mega Piano Marshall globale), o il minacciato protezionismo di Trump, non (ancora) realizzato tramite l’intro- duzione di dazi commerciali o di guerre valutarie, ma con l’abbattimento dell’aliquota sugli utili delle imprese dal 35% al 21%, come possono essere affrontati dai singoli Stati senza una politica estera europea?

L’EUROPA SOCIALE

L’Europa sociale si compone di due dimensioni: la politica sociale e la politica contrat- tuale. In merito alla politica sociale il dibattito sul Pilastro sociale europeo dovrebbe concretizzarsi intorno a tre strumenti di difesa e di propulsione sociale:

  • istituire un Fondo europeo di sussidi per la disoccupazione – già prefigurato nel “Rap- porto dei 5 Presidenti” – con il compito di integrare i Fondi nazionali quando il tasso di disoccupazione di un Paese membro superi il tasso medio di disoccupazione europea;
  • istituire un Fondo europeo di sostegno all’occupazione giovanile;
  • creare, in coerenza con l’obiettivo della lotta contro l’esclusione sociale (art. 153, TFUE), un Fondo per il reddito di inclusione attiva rivolto a componenti di famiglie in emergenza sia reddituale, sia patrimoniale, a condizione che si impegnino in un percorso di formazione-riconversione-riqualificazione professionale finalizzato all’ac- cesso al lavoro, integrativo di eventuali analoghi Fondi nazionali, quando il tasso di esclusione sociale di un Paese membro superi il tasso medio di esclusione europeo, o

    sostitutivo in assenza di analoghi Fondi nazionali.

    Per quanto riguarda la politica contrattuale le vicende Ryanair e Amazon offrono spunti di riflessione importanti per impostare una politica contrattuale europea. Ryanair è una compagnia di diritto europeo, con sede a Dublino, che pratica un dumping con- trattuale e sociale sul costo del lavoro del 30%. Ciò significa che in Europa è ammesso uno sfruttamento dei lavoratori su scala prossima alle delocalizzazioni produttive nei Paesi emergenti.

    Naturalmente le Borse considerano l’amministratore delegato Michael ÒLeary un genio, poiché l’espansione della compagnia (117 milioni di passeggeri nel 2017) ha messo le ali ai profitti, al valore delle azioni e agli azionisti. Le ricadute sociali sembrano essere irrilevanti!

    Ne consegue che la CES e le Parti sociali europee dei diversi settori produttivi do- vrebbero iniziare a definire Accordi Quadro settoriali di armonizzazione europea, con il compito di regolare le tutele fondamentali inderogabili per i lavoratori, fatto salvo il diritto di negoziare, a livello nazionale, clausole e tutele integrative.

    La vertenza e lo sciopero Amazon, dove la Cisl ha aperto la breccia sindacale ed ė maggioritaria, pone lo stesso problema non a livello settoriale ma aziendale. Amazon è una delle multinazionali icone del nostro tempo (con Microsoft, Facebook, Twitter, Ap- ple), in quanto hanno cambiato non solo i prodotti, i processi produttivi, gli strumenti e i modelli di comunicazione, ma anche gli stili di vita. Nonostante la sua modernità (o post modernità) i problemi dei lavoratori di Amazon sono quelli già vissuti nell’era del taylorismo-fordismo: ritmi, carichi di lavoro, malattie professionali, confronti diretti con il manager che misura i tempi, stress, oltre alle violazioni contrattuali.

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I CAE da sede informativa e consultiva, già oggi operante nelle multinazionali euro- pee, dovrebbero diventare la sede negoziale dell’armonizzazione dei diritti e delle tutele fondamentali in tutti gli insediamenti europei dell’impresa multinazionale, fatto salvo il diritto a negoziare tutele integrative nazionali.

In questo quadro l’apertura di uno spazio di negoziazione europeo è il nostro contri- buto diretto alla ripresa del cammino dell’Unione, che speriamo si realizzi al più presto, per costruire un futuro all’insegna dello sviluppo, della coesione sociale e della solida- rietà tra i popoli.

IL LAVORO

Il 2018 si apre non solo con una campagna elettorale incentrata sui temi del lavoro, ma con uno scenario sull’occupazione e i salari che, oltre alle tradizionali criticità, pone temi nuovi.

Mai come in questo periodo al lavoro servono proposte credibili, capaci di essere attuate nella particolare realtà italiana e di intervenire strutturalmente sui vari aspetti deboli del nostro mercato del lavoro.

Il ruolo della contrattazione per tutelare lavoro e salari deve crescere ed essere va- lorizzato. La Cisl è consapevole che la contrattazione, sia nazionale, sia decentrata, costituisca oggi un utile strumento per confezionare e adattare le flessibilità e le tutele del lavoro in ogni realtà, territorio o settore e per tale motivo chiede politiche pubbliche capaci di sostenerla e qualificarla.

La grande trasformazione del lavoro, tra robotizzazione e digitalizzazione, ci chie- de di guardare con attenzione alle forme che il lavoro sta assumendo e, in particolare, alle due tendenze paradossalmente opposte che vengono avanti: l’inadeguatezza delle abilità, delle conoscenze e, soprattutto, delle competenze della nostra forza lavoro alle nuove tecnologie, da una parte, l’emergere dell’economia dei lavoretti (fattorini, autisti ecc.) legati alle piattaforme digitali, dall’altra. Si tratta di sfide non semplici da affron- tare, ma non siamo di fronte alla «fine del lavoro», anzi, i tassi di occupazione sono cresciuti negli ultimi 20 anni nella maggior parte dei Paesi avanzati.

Come è sempre accaduto nelle rivoluzioni tecnologiche del passato, è tutt’altro da escludersi che l’occupazione crescerà anche durante la quarta rivoluzione industriale; certo cambierà per composizione e natura, ma il lavoro non è destinato ad essere inte- ramente sostituito dalle macchine. Ogni tecnologia rimpiazza lavori desueti con lavori a maggiore qualificazione, la reale criticità è rappresentata dalla velocità del processo in corso, che questa volta ha assunto ritmi mai visti in passato, e dalla conseguente mag- giore difficoltà nella riconversione e nella transizione.

Se l’occupazione da circa 2 anni ha ripreso a crescere a ritmi sostenuti è vero, però, che si sta riducendo la qualità delle nuove assunzioni. Si tratta di capire se stia emer- gendo una tendenza a flessibilizzare i contratti anche in fase espansiva, magari collega- ta alla Gig economy del lavoro delle piattaforme, oppure se si tratta di attendere che la ripresa si consolidi e le aziende acquistino fiducia. Nella crescita dei contratti a termine

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degli ultimi mesi ha probabilmente giocato anche l’attesa dei nuovi incentivi al tempo indeterminato, annunciati da mesi e ora inseriti nella legge di Bilancio. È inoltre da tene- re monitorato un anomalo fenomeno che si osserva in questi anni, inedito se guardiamo al passato e anch’esso connesso alla qualità del lavoro: a fronte dell’occupazione che cresce le retribuzioni medie tendono a diminuire.

I giovani sono stati particolarmente penalizzati dagli sconvolgimenti che si sono ab- battuti sul mercato del lavoro negli ultimi anni: non solo il balzo tecnologico ma anche la globalizzazione, la recessione mondiale, i mutamenti demografici e le loro conseguenze sul sistema pensionistico. Le cause delle difficoltà che i giovani incontrano nell’entrare nel mercato del lavoro sono molteplici e nessuna analisi semplicistica è consentita.

Per l’occupazione femminile siamo di fronte ad un problema che viene da lontano e che non va letto solo in chiave di pari opportunità, ma anche come causa di povertà e mancata crescita del Pil. Se sempre più gli economisti sottolineano come l’occupazione femminile rappresenti un potente moltiplicatore di crescita economica, vanno messe in campo misure per superare il gap occupazionale tra uomini e donne nel confronto con i grandi Paesi europei, che non solo persiste, ma è cresciuto. In questo senso la nuovissima leva del welfare aziendale, entrato a pieno titolo anche nella contrattazione nazionale e aziendale, può rappresentare un significativo facilitatore dell’occupazione femminile.

Va guardato con grande attenzione il tema del lavoro degli immigrati, non solo per assicurare, a chi entra legalmente nel nostro Paese, possibilità di accesso all’occupazio- ne e pari diritti e tutele, ma anche alla luce dell’impatto che il calo demografico ha sul mercato del lavoro e sul nostro sistema previdenziale.

Infine il mercato del lavoro presenta nel nostro Paese divari territoriali profondi e sempre più rilevanti, rischiando di non sostenere adeguatamente il miglioramento delle politiche occupazionali nelle aree del Mezzogiorno, nonché in altre aree interne a basso sviluppo. Serve ridisegnare in favore di queste realtà politiche efficaci volte a ridurre le distanze che si sono create.

ATTUARE LE POLITICHE ATTIVE E OFFRIRE STRUMENTI PER LE TRANSIZIONI LAVORATIVE

In Italia esistono tutele quando si lavora, ma i lavoratori sono lasciati a se stessi nelle transizioni che via via la vita lavorativa presenta (scuola-lavoro, precario-fisso, lavoro- lavoro, lavoro-formazione, lavoro-conciliazione, lavoro-invecchiamento ecc.). La mancata attuazione delle politiche attive costituisce la principale carenza nel quadro delle recenti riforme sul lavoro. Ora si deve mettere a regime l’assegno di ricollocazione e armonizzarlo con le misure regionali, potenziare i Centri per l’impiego, ridisegnare “Garanzia giovani”, riqualificare il collocamento mirato per i lavoratori disabili, mettere in campo strumenti adeguati per gestire le crisi aziendali, nel quadro di una revisione del ruolo dell’Anpal, che dovrà affermarsi nella funzione di coordinamento tra e con le Regioni. Ogni lavoratore dovrà poter godere di misure di sostegno personalizzate e rigenerabili nella vita lavorativa per le transizioni: politiche attive leggere alla fine di un rapporto a tempo, voucher forma- tivi o per la conciliazione vita-lavoro, bilanci di competenze per tutti gli over 45, strumenti di tutoraggio e accompagnamento, soprattutto per le disabilità.

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FORMAZIONE E ISTRUZIONE ACCESSIBILI A TUTTI

Chi teme che il lavoro tenda a scomparire propone il reddito minimo permanente per i disoccupati. La Cisl, invece, crede nella costante rincorsa tra nuove tecniche e nuovi mestieri e, dunque, ritiene che si debba puntare su un grande investimen- to in servizi di orientamento, istruzione, formazione continua. La carenza di competenze costituisce il principale freno all’occupazione di qualità e alla crescita del mercato del lavoro. Il nostro Paese investe poco e male. Occorre un programma stra- ordinario di aumento delle risorse, l’allargamento della platea di lavoratori coinvolta, la generalizzazione del credito d’imposta per formare nuove competenze, regole certe e agili per lo sviluppo dei Fondi interprofessionali, garanzie per i lavoratori (in partico- lare se a bassa professionalità o non più giovani) di accedere a una formazione giusta e adeguata, una riforma del diritto allo studio e delle 150 ore, che sostenga l’eleva- zione delle competenze digitali, linguistiche e trasversali. Va affrontato il tema di un sistema universitario che, nonostante l’ottimo livello dei docenti, produce una tra le più basse quote di laureati in Europa. Va quindi potenziato l’orientamento universitario per indirizzare i giovani verso corsi di laurea con sbocchi occupazionali, moltiplicato il numero degli studenti in ITS o formazione terziaria, eliminati il numero chiuso e i test di ingresso, garantito il buon funzionamento, anche amministrativo e organizzativo, delle nostre università.

PIÙ SCUOLA-LAVORO PER I GIOVANI

L’occupazione giovanile costituisce il principale problema del mercato del lavoro ita- liano. Occorre rialzare il tasso di occupazione anche accelerando i percorsi che collegano strutturalmente scuola e lavoro e investendo risorse crescenti e stabili nel lungo perio- do. L’apprendistato duale (non più relegato alla sola formazione professionale, ma esteso a istituti secondari e terziari) deve diventare uno dei principali canali di ingresso dei giovani al lavoro.

Va migliorata l’operatività dell’alternanza scuola-lavoro, una delle riforme più im- portanti realizzate negli ultimi anni, ma vissuta come problematica da insegnanti, stu- denti, famiglie a causa di criticità oggettive, per superarle servono: un maggior coin- volgimento delle aziende, che devono essere più generose e disponibili nell’aprire le porte all’alternanza; più attente verifiche del Miur e delle scuole sui soggetti ospitanti; maggiore coerenza con i percorsi di studio; un forte incentivo economico agli insegnanti dedicati nelle scuole; il riposizionamento delle giornate di alternanza perlopiù al di fuori del calendario scolastico, a evitare che diventi per i ragazzi solo una fatica in più senza coglierne il reale valore. In particolare occorre tornare ad affermare il valore del metodo pedagogico dell’alternanza, prima ancora che concentrarsi sulle tante modalità con le quali questo metodo può essere implementato.

Anche in questa prospettiva occorre un monitoraggio e correzione dello strumento dei tirocini extra-curriculari, valida esperienza di rafforzamento verso l’occupabilità se densa di contenuti formativi, evitandone gli evidenti abusi che portano a dequalificarli come un vero e proprio lavoro poco pagato.

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TUTELE PER IL LAVORO DIGITALE

Il lavoro nell’economia digitale e nelle piattaforme, che interesserà quote crescenti e in alcuni ambiti maggioritarie di lavoratori, fa saltare il classico rapporto con il tempo e lo spazio e, più in generale, sfugge alle tradizionali dicotomie produzione/consumo, imprenditore/lavoratore, lavoro subordinato/lavoro autonomo. Ma la smaterializzazione della figura del datore di lavoro in un algoritmo non è, di per sé, sufficiente a escludere che si tratti di lavoro dipendente.

La qualificazione del rapporto come dipendente o autonomo, a cui sono legate le forme di tutela, va vista nei singoli casi. Laddove il rapporto si configuri come effettiva- mente autonomo si utilizzeranno la collaborazione coordinata e continuativa, o a partita Iva, ma non si deve tornare all’abuso di queste forme, tanto meno introdurre forme contrattuali ad hoc per l’economia digitale. In ogni caso occorre garantire, con il soste- gno della contrattazione, tutele oggettive quali il riposo e il diritto alla disconnessione, la giusta remunerazione del lavoro, la necessaria chiarezza sull’onere della tutela dei dati sensibili, la continuità lavorativa, l’accrescimento professionale.

PROMOZIONE E TUTELA DEL LAVORO AGILE

Il lavoro agile è particolarmente indicato per coniugare l’incremento della produttività con la conciliazione vita-lavoro. La Cisl ritiene che la contrattazione collettiva sia il modo migliore per promuoverne l’utilizzo su larga scala e per offrire maggiori tutele ai lavora- tori e garanzie ai datori di lavoro. Dunque chiediamo che venga modificata la norma che ne affida l’introduzione in azienda all’accordo individuale, per affidarla esclusivamente alla contrattazione collettiva e che vengano messi in campo incentivi specifici per i da- tori di lavoro in caso di accordi aziendali.

MAGGIORI TUTELE PER IL LAVORO AUTONOMO

È positivo che, dopo il contrasto al falso lavoro autonomo, con la legge 81/2017, si siano introdotte misure di tutela per il lavoro autonomo non imprenditoriale, “genuino”, ma tali tutele vanno ulteriormente migliorate, ad esempio introducendo una migliore protezione per malattie lunghe e promuovendo l’adesione dei lavoratori autonomi ai Fondi pensione. Per la Cisl bisogna passare ad un sistema di regole e norme sul lavoro che superi la storica dicotomia tra lavoro subordinato e autonomo, realizzando, invece, pur con modalità articolate, una sostanziale parità rispetto alle politiche pubbliche di sostegno e alla possibilità di usufruire di sistemi di tutela e promozione.

REGOLARE LA RAPPRESENTATIVITÀ DI CHI CONTRATTA E VALORE DEL SALARIO CONTRATTUALE

Proliferazione contrattuale e dumping sono due malattie della contrattazione col- lettiva che vanno curate con regole che certifichino la rappresentatività delle parti abilitate a definire salari e trattamenti contrattuali. Di questo – e non del salario minimo per legge – abbiamo bisogno nel Paese. In Italia i contratti nazionali sono pressoché raddoppiati negli

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ultimi 5 anni, e sempre più stipulati da parti per nulla o poco rappresentative. Alcuni di questi stabiliscono retribuzioni troppo basse, non dignitose e non giustificate.

Questo fenomeno abnorme va rimosso stabilendo regole generali di rappresentatività delle associazioni datoriali, dopo quelle relative alle organizzazioni sindacali già definite e che vanno sempre più implementate. È urgente, quindi, un intervento che dia valore ai minimi salariali contrattuali stipulati da parti rappresentative, a evitare forzature sui perimetri contrattuali che portano sempre di più le imprese a cambiare contratti per pura convenienza e in dumping. In tal modo nessun lavoratore dovrà restare senza co- pertura della contrattazione collettiva. Diversamente l’introduzione di un salario minimo rischierebbe di impoverire una quota importante di lavoratori, soprattutto nei settori a basso valore aggiunto, finendo per sostituirsi ai contratti nazionali, che ormai, in larga misura, oltre al salario garantiscono coperture previdenziali e sanitarie.

In Italia, oltre a dare valore universale ai minimi contrattuali, serve sostenere una politica salariale che punti a massimizzare il valore del lavoro e che, oltre ai minimi, misuri produttività, efficienza e competenze per riconoscere più alte retribuzioni.

NUOVI SOSTEGNI PER IL LAVORO DEBOLE

Il lavoro si presenta e viene offerto in forme sempre meno simili a quelle del Nove- cento, sempre più in modo discontinuo o parziale. Non c’è solo il fenomeno della crescita del lavoro a termine, si vanno diffondendo anche forme di part-time involontario, particolarmente problematiche nei casi di orari molto brevi. Occorre monitorare questi fenomeni e introdurre misure di compensazione (legate al concetto di “disoccupazione parziale”), volte a garantire a chi effettua prestazioni povere soluzioni di irrobustimento reddituale e di politica attiva mirata. Occorre anche contrastare in modo nuovo ed ef- ficace il lavoro irregolare e le forme di lavoro sottopagate (cooperative spurie ecc.).

Infine è necessario sostenere, nella tutela della continuità lavorativa, le persone di- sabili e i lavoratori con patologie gravi, bisognosi di periodi di cure o di pause dall’atti- vità lavorativa connesse a terapie salvavita, nonché i genitori o i caregivers familiari di parenti non autosufficienti. È necessario prevedere incentivi, omogenei nei diversi ter- ritori e semplificati nelle procedure, che finanzino l’adozione di “accomodamenti ragio- nevoli” nel lavoro, per la piena inclusione, secondo la Convenzione ONU, affinché ogni lavoratore possa esprimere appieno i propri talenti ed essere pienamente produttivo, e non rappresentare per le aziende solamente un “obbligo”.

PIÙ CONCILIAZIONE TRA VITA PROFESSIONALE E VITA PRIVATA

Al di là dell’importante diffusione del welfare contrattuale, certamente bisognosa di continua implementazione, il benessere dei lavoratori e delle lavoratrici passa sempre più dalla disponibilità di servizi di cura e di opportunità di flessibilità organizzativa e di orari, anche nell’interesse di una maggiore competitività delle imprese. Occorre diffon- dere l’accesso a queste misure, al di là delle dimensioni aziendali, tramutando questi strumenti da casi di buone pratiche a tutele universali. Anche da qui passa il necessario aumento dell’occupazione femminile.

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Pur continuando a sostenere e a incentivare la contrattazione collettiva che punta ad adottare misure concrete per lavoratori e lavoratrici, occorre un piano di maggior favore verso la conciliazione vita-lavoro, puntando sempre più su servizi a disposizione nei territori e non solo su formule rimborsuali, e rendendola fruibile per tutti, al di là del settore o della copertura contrattuale. Si tratta di una leva decisiva per un’occupazione di qualità e per aumentare la produttività e l’apporto del lavoro nell’economia.

INTERVENIRE SUL COSTO DEL LAVORO STABILE

Il lavoro in Italia soffre di un eccessivo sistema di tassazione e contribuzione. Oc- corre intervenire in modo graduale ma crescente per un minor costo del lavoro stabile e a tempo indeterminato, spostando i criteri di tassazione e rendendo maggiormente competitivi i rapporti di lavoro strutturati.

Per la Cisl è indispensabile condividere con tutte le parti sociali un programma di intervento sul cuneo fiscale legato al lavoro, finalizzato a rendere più competitivo e leggero il lavoro stabile, portando le imprese a scommettere maggiormente sullo stesso e finalizzando eventuali extra-costi del lavoro a termine verso misure di sostegno e di occupabilità per i lavoratori a termine.

IL FISCO

La Proposta di legge di iniziativa popolare – con la grande mobilitazione delle nostre strutture che hanno raccolto oltre 500 mila firme – rappresenta per la Cisl il momento di sintesi più alto della nostra visione del sistema fiscale. È infatti l’esito di un lungo per- corso che ci ha visto sempre attenti e impegnati verso un tema che ha importanti riflessi per lavoratori e pensionati in termini di reddito, potere d’acquisto e quindi di qualità della vita. L’attenzione per il fisco viene, quindi, da lontano.

L’aspetto rilevante di queste nostre considerazioni sta nel metodo seguito, ovvero nel considerare complessivamente i vari temi fiscali, nella convinzione che ognuno abbia effetti e, contemporaneamente, sia influenzato dagli altri.

Quindi Irpef, imposizione locale, tassazione delle imprese, recupero dell’evasione, so- stegno alle famiglie, sono tutti tasselli di un unico quadro di insieme che devono essere analizzati e valutati sotto il profilo dell’equità, della sostenibilità economica e dei conti pubblici.

Consideriamo il periodo che va dal 2008 al 2016, focalizzando l’attenzione sul 2012, quando si manifestarono gli effetti delle manovre correttive del 2011 e del decreto “Salva Italia”. Mentre la crescita dell’Irpef è stata tutto sommato contenuta, sebbene nonostante la crisi economica tale imposta abbia mostrato una notevole solidità in ter- mini di gettito, l’incremento delle addizionali nell’intero periodo è stato di quasi 7 Mld di euro e lo “scalino” in crescita si è registrato proprio nel 2012. Trattandosi d’imposte legate sostanzialmente alla medesima base imponibile questo si spiega solo attraverso un sensibile incremento medio delle aliquote.

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La CISL per l’Europa, il lavoro, il fisco, il welfare

Infatti, nel periodo 2012-16 il gettito delle addizionali ha continuato a crescere: i Comuni e le Regioni hanno “risposto” ai tagli di risorse, imposti dalle tre manovre cor- rettive del 2011, rivedendo al rialzo il valore delle aliquote così come consentiva la leg- ge statale. I Comuni e le Regioni, dunque, hanno utilizzato quasi integralmente la loro flessibilità fiscale.

Andamento del gettito delle imposte principali (2007, 2012, 2016)

IMPOSTE

2007

(Mld)

2012

(Mld)

2016

(Mld)

Differenza

(Mld)

Variazione %

Irpef

153,6

165,7

180,6

27

18

Addizionale regionale

7,4

10,7

11,9

4,5

61

Addizionale comunale

2,2

3,2

4,5

2,2

105

Ici/Imu+Tasi

9

23,7

20,7

11,7

130

Iva

120

115,2

124,5

4,5

4

Ires

50,7

36,6

35,4

-15,3

– 30

Irap

40,9

34,3

22,8

– 18,1

– 44

L’idea retrostante a quegli interventi a salvaguardia dei conti pubblici – contraddetta poi dai fatti – era che a fronte della riduzione delle risorse i Comuni (e le Regioni) avreb- bero riqualificato la spesa e tagliato “gli sprechi”.

In realtà i tagli di risorse a monte si sono tradotti in aumenti di imposte e a valle in riduzione dei servizi. Sicuramente una lezione pratica di cui occorre non perdere me- moria.

Bisogna aggiungere, peraltro, che il 90% delle addizionali è corrisposto dai lavoratori dipendenti e dai pensionati che, quindi, hanno sopportato quasi totalmente il peso di tale tipologia di tassazione, finendo per erodere sensibilmente il loro reddito disponibile.

Particolarmente marcato, inoltre, l’incremento di gettito sulla casa, che risulta essere stata una delle fonti privilegiate di sostegno dei conti pubblici nel periodo della crisi.

Proprio per contenere questa corsa al rialzo, la Cisl ha fortemente voluto e ottenuto l’esenzione dell’abitazione principale, contribuendo con la sua azione ad alleggerire di oltre 3 miliardi di euro il peso dell’imposizione locale. La Legge di Stabilità del 2016 ha quindi sancito la fine della tassazione sugli immobili destinati ad abitazione principale (esclusi quelli di maggior pregio).

Contemporaneamente, nello stesso provvedimento è stata introdotta l’equiparazione delle detrazioni da lavoro e da pensione, che la Cisl ha chiesto e rivendicato per anni. In un frangente economico non semplice, dunque, la nostra azione sul fisco ha prodotto risultati sensibili per lavoratori e pensionati.

I dati relativi alle imprese a confronto con quelli delle persone fisiche (dove lavoratori e pensionati sono la maggioranza) impongono qualche osservazione. In questo caso,

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infatti, gli effetti delle difficoltà attraversate dalla nostra economia risultano evidenti e il calo dei profitti e la crisi, o la chiusura di alcune attività economiche, si riverberano sul gettito che mostra diminuzioni significative.

Inoltre occorre ricordare che le imprese hanno beneficiato di riduzioni di imposta che, alla luce della situazione economica, risultano ancora più importanti. Le riduzioni di imposta non hanno però impedito la chiusura di numerose realtà produttive con conse- guente perdita di molti posti di lavoro.

Il dato su richiamato certifica che la via fiscale non è sempre quella giusta se non associa agli alleggerimenti fiscali stili e comportamenti meritori delle imprese sul fronte dell’occupazione, degli investimenti, della sostenibilità ambientale e della formazione del personale.

Il sistema fiscale dovrebbe essere considerato complessivamente – persone e im- prese – e dall’osservazione dei dati emerge con chiarezza che lavoratori e pensionati hanno pagato la quota maggiore del costo della crisi, ovvero hanno sostenuto comples- sivamente il maggiore onere fiscale, pur risultando penalizzati in termini occupazionali.

Per dare una risposta a una situazione di crisi così intensa dove i disoccupati, i giovani senza lavoro, i nuovi poveri non possono attendere i tempi della politica, la Cisl ha pre- sentato nel 2015 una Proposta di legge di iniziativa popolare di riforma fiscale.

In estrema sintesi viene proposto: un bonus da 1.000 euro per tutti i lavoratori e i pensionati con un reddito fino a 40 mila euro annui (che riassorba il precedente “bonus 80 euro”) per dare un sostegno concreto al reddito, rilanciare i consumi e quindi l’eco- nomia – il costo della nostra proposta è di circa 29 miliardi (al netto del bonus 80 euro, che vale circa 9 miliardi di euro); un maggior e più equo sostegno alle famiglie attraverso l’introduzione di un Nuovo Assegno Familiare (Naf); l’introduzione di un’im- posta sulla grande ricchezza, per compensare, a favore dei redditi medio bassi, la spe- requazione nella sua distribuzione, prevedendo una tassazione crescente sul patrimonio mobiliare e immobiliare ad esclusione dell’immobile di abitazione e dei Titoli di Stato. La stima del gettito aggiuntivo è di circa 7,7 miliardi di euro.

ALCUNE PROPOSTE

La Cisl negli anni ha elaborato numerose proposte, sempre ispirate all’equità e che producessero effetti positivi per lavoratori, pensionati e quindi per l’intero sistema eco- nomico. Per noi questo è il punto di partenza per contribuire a un proficuo scambio di idee. Consideriamo dunque la nostra Proposta di legge d’iniziativa popolare come un punto di partenza, da aggiornare attraverso una serie di proposte che intervengano sul- la materia e che siano in linea con i nostri princìpi con il lavoro svolto negli anni. Ripor- tiamo, quindi, sinteticamente le nostre indicazioni sulla tassazione delle persone fisiche e delle imprese, su fisco locale, famiglia ed evasione fiscale.

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La CISL per l’Europa, il lavoro, il fisco, il welfare

Irpef

Riteniamo che oggi sia giunto il momento di sostenere la ripresa economica attraver- so una crescita della domanda e un aumento dei consumi e che questo debba passare per uno sgravio fiscale a favore di quei dipendenti e pensionati che attraverso l’Irpef hanno sostenuto il gettito, dunque il peso della crisi negli anni passati. È necessario, quindi, intervenire profondamente sull’Irpef, riducendo la tassazione attraverso una re- visione delle aliquote e un ridisegno del sistema di deduzioni e detrazioni che determini un contenimento della progressività, in particolare nella fascia media. Da valutare posi- tivamente anche un ampliamento della no tax area, accompagnato a interventi che con- temporaneamente non incrementino la quota già rilevante di incapienti (prevedendo, ad esempio, la restituzione delle detrazioni).

Il nuovo sistema di deduzioni, detrazioni e agevolazioni deve essere adeguatamente semplificato, ad esempio attraverso un loro accorpamento per categorie (casa, salute, welfare), in modo da risultare più facilmente comprensibile per il contribuente e agevo- lare la compliance fiscale.

Famiglia

Si propone l’introduzione del Naf (Nuovo assegno familiare), che unifica detrazioni per figli e assegno al nucleo familiare, potenziandoli in un unico sostegno economico basato sul reddito familiare, che cresca al crescere della dimensione della famiglia e alla presenza di componenti con invalidità, o non autosufficienti e si riduca all’aumentare del reddito. Un sistema più equo, semplice e flessibile, che tratta tutte le famiglie alla stessa stregua, indipendentemente dalla distribuzione del reddito tra i due percettori e che ingloba il concetto di universalità nel sostegno ai figli, con particolare attenzione nei casi di disagio.

Ricchezza

Per riequilibrare la polarizzazione della ricchezza verso l’alto, in questi ultimi anni in forte espansione, e disporre di alcune risorse da utilizzare per ridisegnare la tassazio- ne del reddito a favore delle fasce medio-basse, riproponendo l’importanza del princi- pio redistributivo per migliorare l’equità, proponiamo, se necessario, l’introduzione di un’imposta sulla grande ricchezza, prevedendo una tassazione crescente sul patrimonio mobiliare e immobiliare ad esclusione dell’immobile di abitazione e dei Titoli di Stato.

Fiscalità locale

La Cisl auspica da tempo un assetto definitivo del fisco locale nella consapevolezza che il primo passaggio sia quello di portare a compimento la realizzazione del fede- ralismo fiscale, così come era stato definito nei decreti legislativi attuativi della legge delega. È quindi innanzitutto necessario promuovere la conclusione del processo di de- finizione dei fabbisogni e dei costi standard e della loro implementazione nel sistema.

La normativa in vigore prevede come aliquota massima dell’addizionale regionale il 3,3% che valutiamo esageratamente alta (considerando che a quella vanno poi som- mate l’addizionale comunale e le tariffe, producendo un effetto sommatoria dall’esito finale insostenibile per i redditi bassi e medio-bassi). Sarebbe dunque necessario, in un complessivo riordino della fiscalità locale, prevedere la riduzione dell’aliquota mas- sima del 3,3%;

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Come passaggio intermedio la Cisl ha ripetutamente chiesto l’applicazione del principio contenuto nel Dlgs 68/2011 (abbassamento delle aliquote Irpef in seguito all’incremento dell’aliquota di base dell’addizionale) e contemporaneamente prevedere un meccanismo che alleggerisca l’imposizione centrale al crescere di quella locale.

Occorre, inoltre, che Comuni e Regioni intensifichino le relazioni negoziali con il sin- dacato territoriale e regionale allo scopo di mantenere gli equilibri tra fisco locale e fisco statale.

Sul fronte della tassazione degli immobili, appare necessario promuovere la revisio- ne del Catasto (mai attuata benché da tempo prevista) e delle rendite catastali, pre- vedendo nel contempo un sistema di aliquote (Imu e Tasi) che scongiurino incrementi di imposta. Il processo potrebbe essere anche avviato sperimentalmente su alcune aree, prevedendo un meccanismo analogo all’introduzione del nuovo schema di bilancio per gli enti locali.

La progressiva concentrazione della ricchezza ha cristallizzato, nel tempo, una si- tuazione in cui l’1% più ricco della popolazione detiene il 25% della ricchezza del Pae- se. Appare quanto mai necessario agire per riequilibrare questa situazione. In questa prospettiva, la legge traccia la via di una tassazione progressiva degli immobili in base alla loro numerosità, per incominciare a favorire il disinvestimento dai grandi patrimoni immobiliari verso l’economia reale.

Evasione fiscale

Come evidenziato più volte dalla Cisl (da ultimo anche nell’Audizione alla Com- missione semplificazione del giugno scorso) riteniamo indispensabile potenziare ul- teriormente la tracciabilità di tutti i pagamenti attraverso un sistema semplice e immediato di validazione delle fatture, nonché incentivando l’utilizzo della moneta elettronica, diminuendone i costi. Contemporaneamente andrebbe riportata a 500 euro la soglia dei pagamenti in contanti di beni o servizi ed esteso l’utilizzo dell’ana- grafe dei conti correnti sul modello del nuovo Isee, inserendone i dati nel “cassetto fiscale”.

Sempre in materia di misure che possano favorire l’emersione del fatturato la Cisl propone ormai da anni l’introduzione di meccanismi di contrasto di interesse fra ven- ditori e compratori, attraverso la concessione di detrazioni o deduzioni sulle spese più sensibili dal punto di vista sociale e familiare (spese medico–sanitarie, spese per asili nido, spese per l’assistenza domiciliare e lavoro di cura), anche con una turnazione plu- riennale, sulle spese effettuate in settori a maggiore rischio di evasione.

Contemporaneamente ribadiamo che l’adozione del contrasto di interessi selettivo su alcune tipologie di spese a forte valenza sociale darebbe un impulso all’emersione di alcuni redditi.

Anche l’aspetto normativo dovrebbe essere potenziato attraverso, ad esempio, le sanzioni per il reato di evasione fiscale.

Imprese

In una prospettiva di maggior efficienza nell’impiego delle (scarse) risorse pubbliche

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La CISL per l’Europa, il lavoro, il fisco, il welfare

e dalla constatazione numerica che le imprese negli anni hanno di fatto beneficiato di sensibili riduzioni di imposta, riteniamo che sarebbe opportuno rivedere il sistema delle agevolazioni finalizzandole a comportamenti meritori delle imprese sull’occupazione, la sostenibilità ambientale, la formazione e gli investimenti.

IN SINTESI

La nostra visione fiscale ha come obiettivo l’equità del sistema, l’alleggerimento della pressione fiscale, la semplificazione, il recupero dell’evasione fiscale.

La progressività è il paradigma delle nostre proposte e contemporaneamente è anche il criterio di valutazione.

Il “menù” di proposte in tema di fisco è ampio e la loro analisi per noi si basa su tre cardini: sostenibilità vera dei conti pubblici (copertura certa, stabile, compatibile con gli equilibri di finanza pubblica), sostenibilità sociale (no a tagli su servizi e pre- stazioni sociali, no ad incrementi di altre imposte per tagliare l’Irpef), benefici per chi ha sopportato i costi della crisi.

IL WELFARE

Il recente Report sull’occupazione 2018 della Commissione UE presenta, per la prima volta, non solo i dati riguardanti il mercato del lavoro degli Stati membri, ma analizza anche lo stato di applicazione degli indicatori sociali elaborati dalla Commissione stessa e correlati al Pilastro sociale.

L’Italia purtroppo evidenzia una situazione molto critica rispetto ad alcuni indicatori. Nello specifico, su quattro indicatori afferenti alla protezione sociale-inclusione, due sono catalogati nell’area critica: efficacia trasferimenti sociali per contrasto alla povertà e report su cure mediche; altri due sono sotto osservazione: rischio povertà e reddito lordo disponibile delle famiglie.

Questo allarme deve indurci a profonde riflessioni rispetto a come si sta posizionando il nostro Paese a livello europeo. La situazione risulta essere tutt’altro che confortante e approfondendo ulteriormente possiamo osservare che lo scenario che si presenta è for- temente caratterizzato anche dalle evidenti disparità regionali rispetto a servizi, qualità e quantità, cure e condizioni di povertà.

Per completare il quadro non si può prescindere da un ulteriore fattore di comples- sità. Infatti il nostro Paese è investito da una profonda trasformazione demografica: si vive più a lungo e si fanno meno figli. La popolazione italiana invecchia, le previsioni danno nel 2060 il raddoppio della popolazione ultra 85enne, si passerà dagli attuali 1,7 milioni a circa 6 milioni di individui. Questa proiezione porta, conseguentemente, all’au- mento di patologie croniche/invalidanti che necessitano di investimenti straordinari. La non autosufficienza coinvolge, oggi, circa 3 milioni di persone e la spesa per l’assistenza

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risulta insufficiente, frammentata e non appropriata. Il tema delle risorse finanziarie, della riorganizzazione della spesa strettamente connesso alla qualità dei servizi e delle prestazioni diviene prioritario per il Sistema Sanitario Nazionale al fine di garantirne la sostenibilità e l’efficienza (mancano dai 20 ai 30 miliardi di euro per il mantenimento degli attuali standard assistenziali).

Parallelamente l’Italia si trova a vivere una preoccupante e crescente situazione di denatalità e persino le regioni del Mezzogiorno, negli ultimi 20 anni, sono state inces- santemente interessate dal declino delle nascite. Il numero delle coppie senza figli per scelta è molto contenuto, ad aumentare è la quota di donne senza figli, a causa degli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dei progetti familiari. Il numero dei figli desiderato per donna continua a mantenersi alto negli anni; si tratta allora di creare le condizioni che consentano alle donne e alle famiglie di generare un numero di figli più vicino ai loro desideri.

Negli ultimi 10 anni la profonda crisi economica ha ridotto in maniera significativa e diseguale i redditi, ampliando le disparità e vedendo progressivamente dilagare povertà ed esclusione a danno delle famiglie.

Per fronteggiare queste sfide bisogna investire su un nuovo modello di società futura che sia frutto di proposte politiche incisive, atte a investire sulla famiglia e sul ruolo che può esercitare in termini di coesione e volano di sviluppo. La famiglia, infatti, è il luogo deputato a incentivare le relazioni, la cura e la generatività. Per attuare questo processo è indispensabile investire strutturalmente e non con interventi transitori o “bonus”. Oc- corrono politiche mirate, integrate, partecipate che vadano a sostegno del valore della famiglia quale “bene comune” e delle funzioni che svolge per il benessere dei propri componenti e dell’intera collettività.

Deve cambiare anche l’approccio culturale; questo passaggio è fondamentale, poiché l’interscambio dei ruoli uomo-donna è un obiettivo da realizzare all’interno delle famiglie insieme alla sinergia intergenerazionale.

NATALITÀ E SOSTEGNO ALLA GENITORIALITÀ

È necessario rilanciare la natalità come investimento della società. La sensibilizza- zione della politica e della società diventa uno dei nostri obiettivi. Si tratta di creare si- nergie con l’insieme dell’associazionismo, a partire dal Forum delle famiglie, delle forze sociali e istituzionali, per la costruzione di un Patto per la natalità.

Dobbiamo tener presente che oltre il 22% delle madri occupate all’inizio della gravi- danza non lo è più a due anni dalla nascita del figlio e che il 42,8% di quelle che hanno continuato a lavorare dichiara di avere problemi nel conciliare l’attività lavorativa e gli impegni familiari. Nel 2016 30 mila lavoratrici hanno dato le dimissioni in occasione del- la maternità. L’effetto di queste difficoltà è evidente anche statisticamente, una terribile equazione secondo cui, alla nascita di un figlio in una famiglia aumenta esponenzial- mente il rischio di povertà, infatti, le coppie che l’Istat definisce “a rischio povertà” sono il 14% se hanno un figlio, il 21% se hanno due figli, addirittura il 39% se ne hanno tre o più.

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La CISL per l’Europa, il lavoro, il fisco, il welfare

Nelle nostre proposte sosteniamo l’importanza dell’occupazione femminile con il mantenimento del posto di lavoro dopo la nascita di un figlio (conciliazione vita-lavoro) anche attraverso la predisposizione di un nuovo set di congedi e permessi in coerenza con le proposte europee (Social Pillar, Pilastro sociale europeo). Tra queste condividiamo fortemente la necessità di: estendere a 4 mesi il congedo indennizzato all’80% per ognuno dei due genitori, non trasferibile tra essi. L’istituzione di un conge- do di paternità obbligatorio di 10 giorni lavorativi da fruire entro i primi 5 mesi di vita del figlio e, inoltre, la garanzia di una copertura retributiva (oggi prevista solo per via contrattuale) per i permessi per malattia dei figli, almeno fino ai 3 anni del bambino. Anche la contrattazione collettiva deve essere sostenuta per realizzare innovazioni e sperimentazioni nel campo della conciliazione vita-lavoro.

Sul tema dei servizi per la prima infanzia si evidenzia la necessità di investire in una rete territorialmente più diffusa (specialmente al Sud), di qualità e con costi accessibili da parte delle famiglie. La crisi socio-economica è intervenuta pesantemente nella pos- sibilità per le famiglie di sostenere i costi delle rette: il 13,3% delle famiglie rinuncia al nido ancora prima di entrare e il 6% si dimette nei primi 3 mesi.

Queste proposte se realizzate insieme a misure fiscali e dotazioni di risorse adeguate svilupperebbero politiche espansive a favore delle famiglie, sostenendone il ruolo socia- le fondamentale di educazione e assistenza.

POLITICHE DI INCLUSIONE – NON AUTOSUFFICIENZA

La riorganizzazione delle politiche sociali deve essere posta al centro dell’Agenda pubblica, perché l’inclusione è elemento portante dello sviluppo del nostro Paese, esat- tamente quanto la crescita e la produttività economiche. Le politiche sociali soffrono di una parcellizzazione e di una dimensione tutta localistica, che di fatto le ha rese pe- riferiche nel dibattito nazionale e vittime delle politiche di austerity degli anni scorsi, che hanno colpito non tanto i trasferimenti economici, quanto proprio il segmento più innovativo: quello della rete dei servizi.

Abbiamo avuto segnali di inversione di tendenza in quest’ultima legislatura, anche significativi, con interventi nazionali che riguardano singole platee ancora poco tutelate (povertà), avviando logiche nuove di azione (presa in carico, valutazione, mix trasferi- menti economici e servizi ecc.).

Il nuovo processo di riorganizzazione deve poggiare su una riforma complessiva per la costruzione di un pilastro del welfare che abbia obiettivi di intervento sia sull’infra- struttura (istituzionale, organizzativa ecc.) che sulle misure. In questo quadro si collo- ca un ragionamento sulla frammentarietà dei Fondi sociali nazionali che finanziano gli interventi e i servizi sociali territoriali, moltiplicatisi nel tempo e relativi vari ministeri, senza avere neppure un quadro programmatorio complessivo e coerente che li orienti su alcune priorità e modalità di azione con finanziamenti adeguati. I principali Fondi sono: Fondo nazionale politiche sociali; Fondo per la Non autosufficienza; Fondo per le politiche familiari; Fondo per l’infanzia e l’adolescenza; Fondo politiche giovanili, Fondi per le Pari opportunità, Fondo Povertà, Fondo per il Sostegno ai caregivers. Oggi con il Reddito di Inclusione Sociale (REI) abbiamo un’opportunità per ridare ordine alla go-

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vernance del sistema degli interventi e dei servizi sociali. La cabina di regia nazionale istituita a primo livello nazionale e successivamente ai livelli regionali e territoriali con compiti di indirizzo e programmazione può, attraverso decisioni partecipate con gli at- tori sociali, rappresentare il modello da seguire.

La Cisl, in tema di prestazioni, sostiene da anni l’importanza della definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali (Liveas) vista anche la profonda divaricazione territo- riale, che non ha uguali (ad esempio la spesa sociale della Calabria è 21 euro pro capite, 86 in Umbria, 508 nella Provincia di Bolzano). Inoltre sosteniamo necessarie politiche in- tegrate tra sociale, sanitario, formazione, lavoro, abitazione. La ricomposizione di questo puzzle sulla persona è affidata per lo più al territorio. Servono, invece, filiere istituzionali che già dal livello nazionale sostengano l’integrazione, soprattutto sul socio-sanitario.

La Cisl, in particolare, a questo proposito, ritiene indispensabile una normativa qua- dro nazionale per la non autosufficienza. Ormai il rischio di non autosufficienza non è più occasionale, ma diventa condizione attesa e prevedibile.

L’obiettivo è garantire il diritto di ogni persona a vivere con dignità, in modo autono- mo e libero, di ricevere perciò un’assistenza di qualità, nel proprio ambiente di vita, di relazioni sociali e affettive. La Cisl ha già avanzato proposte legislative. Grazie al Tavolo nazionale, richiesto dal sindacato, aperto presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, si è avviato un confronto sul Piano strategico nazionale collegato però al solo Fondo per la non autosufficienza, mentre occorre una programmazione nazionale inte- grata socio-sanitaria investendo risorse ulteriori.

La Long Term Care (Assistenza a lungo termine) si inserisce come esperienza da va- lorizzare sia nel welfare contrattuale attraverso il riconoscimento dei caregivers familiari informali (parenti che volontariamente si prendono cura) in relazione all’assicurazione di benefici previdenziali/assicurativi e alle agevolazioni lavorative, sia attraverso un si- stema di interfaccia con i servizi sul territorio.

CONTRASTO ALLA POVERTÀ

Con l’avvento della crisi nel 2008 la povertà ha progressivamente rotto gli argini. È dunque emersa la necessità, tra vari soggetti sociali, di definire una strategia su larga scala di contrasto alla povertà e all’esclusione, visto che in precedenza vi erano state solo misure sperimentali, prestazioni territoriali o la sola Social Card.

Nasce così nel 2013 l’Alleanza contro la povertà tra numerose organizzazioni, tra cui Cisl, Cgil e Uil, Caritas, Acli, Confcooperative e Forum del Terzo Settore, un unico sog- getto di advocacy che è risultato determinante nel confronto con i due ultimi Governi.

La Cisl ha da subito avuto un ruolo di primo piano sia nelle decisioni politiche, sia nell’apporto tecnico. Il sostegno minimo non è più concepito solo come una misura meramente assistenziale, ma come misura di inclusione attraverso percorsi socio-lavo- ratori dei beneficiari e come misura di sviluppo, attraverso l’impulso dato ai consumi. Nel 2016 si crea per la prima volta un Fondo strutturale per la lotta alla povertà e all’e- sclusione sociale. Successivamente il Memorandum d’Intesa, firmato il 14 aprile 2017,

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La CISL per l’Europa, il lavoro, il fisco, il welfare

con il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Presidente del Consiglio realizza un “unicum”, giacché non era mai stato firmato un simile memorandum. Il procedimento di approvazione è stato seguito fino al Parlamento e attraverso appositi emendamenti abbiamo ottenuto un aumento a regime della quota del Fondo destinata ai servizi (al 20%) e la possibilità di utilizzarne una parte per assunzione di assistenti sociali, anche in deroga ai vincoli attualmente imposti al riguardo ai Comuni.

È evidente che resta l’obiettivo di aumentare gradualmente il Fondo per ampliare la platea dei potenziali beneficiari fino a coprire tutte le famiglie in povertà assoluta (mi- sura universale).

La sfida è quella di monitorare le ampie risorse concesse per lo sviluppo dei servizi all’inclusione affinché siano adeguatamente impiegate e non vengano dirottate altrove o, peggio, sotto-utilizzate.

In questo senso sarà fondamentale il lavoro che verrà fatto da Regioni, Ambiti e Co- muni nell’attuazione della misura attraverso la costituzione di Tavoli regionali dell’Alle- anza contro la Povertà.

SISTEMA SANITARIO

A 40 anni dall’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale possiamo affermare che, nel contesto dei Paesi OCSE, il nostro sistema sanitario garantisce una copertura universale con i costi più bassi e si posiziona ai primi posti per accesso alle cure e stili di vita, inse- rendosi al 4° posto per aspettativa di vita. Questo risultato ha bisogno di un’attenzione particolare per evitare criticità che possono portare a un suo lento logoramento.

Il tema della prevenzione e della tutela della salute devono essere inseriti nelle priori- tà del nostro Paese. A conferma di fattori di criticità si osserva la spesa sanitaria privata degli italiani, che nel 2016 è stata pari a 35,2 miliardi di euro.

L’avanzare dell’età, con l’aumento dell’aspettativa di vita, determina spesso una ri- duzione del proprio reddito e un aumento delle spese da affrontare di tasca propria per acquistare le prestazioni sanitarie di cui si ha bisogno, con l’aggravante di servizi sani- tari fortemente connotati da differenze regionali.

La mobilità sanitaria rappresenta un indice importante del funzionamento e della qualità dei servizi. L’aumento costante della mobilità opera come un pericoloso moltipli- catore di disparità, sia perché chi deve spostarsi ha una condizione più gravosa rispetto ai cittadini che possono beneficiare della sanità della propria regione, sia perché ci sono cittadini che non possono affrontare i costi degli spostamenti.

Non si può prescindere dal rendere effettivamente esigibili i nuovi LEA in tutte le Re- gioni del Paese. Siamo ancora in attesa di un nuovo tariffario che definisca il costo del ticket per le cure specialistiche e diagnostiche, con la conseguenza che alcune presta- zioni, inserite nei nuovi LEA, effettuate con innovazioni tecnologiche sono ancora pagate interamente dai cittadini, aspettando la definizione del ticket appropriato.

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La programmazione di interventi strutturali per ridurre le disuguaglianze regionali, arginare il fenomeno della mobilità e della rinuncia alle cure, deve prevedere un Piano straordinario di riqualificazione della sanità nel Mezzogiorno, con adeguate risorse de- dicate.

In questo contesto la spesa sanitaria pubblica che si attesta nel 2018 al 6,5% sul PIL deve essere riallineata alla spesa media dei Paesi UE (Francia e Germania hanno un finanziamento di 2 punti percentuali di PIL in più).

Negli ultimi anni si sono moltiplicati, attraverso il welfare contrattuale, Fondi Sani- tari Integrativi che costituiscono una reale opportunità per molti lavoratori/lavoratrici, ma lasciano scoperte una molteplicità di persone, giovani e anziani, che non hanno l’opportunità di beneficiare di una copertura integrativa. In questo senso è importante osservare e partecipare ad alcune intese tra istituzioni, sindacato e soggetti sociali mi- rate alla sperimentazione di Fondi Integrativi socio-sanitari rivolti all’intera collettività territoriale/regionale.

L’obiettivo della Cisl rimane quello di mantenere un sistema sanitario universale che si può garantire solo con una visione complessiva dell’integrazione, che non deve sosti- tuirsi al pubblico, ma compensarlo in modo efficace. Per questa ragione auspichiamo un provvedimento legislativo che introduca parametri da far rispettare da una futura “Covip della sanità integrativa”.

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Eurografica 2 srl gennaio 2018

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