Reddito di cittadinanza Chiarezza necessaria


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Lavoro. Tra politiche attive e lotta alla povertà: riflessioni al di là della propaganda elettorale

Quando certi temi diventano oggetto di propaganda elettorale subiscono distorsioni e deformazioni caricaturali tali da rendere pressoché irriconoscibili gli stessi termini del problema che si dovrebbe discutere. A volte tali deformazioni risultano talmente esagerate da trascinare fuori dai binari della ragione gli stessi loro autori, al punto che non si sa più se la loro ostinata proposizione sia frutto di una profonda ignoranza o di un astuto stratagemma per profittare dell’ignoranza altrui. Uno di questi casi è sicuramente dato dalla discussione (..chiamiamola così!) sul cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Intorno a questo concetto si alimenta quotidianamente una confusione che parte dal piano filosofico-morale per giunger fino a quello del dettaglio operativo. Si incomincia col contestare il principio che a tutti debba essere erogato dallo Stato un reddito a prescindere dallo loro condizione reddituale e patrimoniale. Effettivamente questa concezione del “reddito di cittadinanza” come “dividendo sociale”, se pure teorizzata da alcuni filosofi e condivisa da qualche economista, è difficile da accettare ed è applicata forse in un solo Stato (l’Alaska). Ma nessuna (nessuna) delle proposte di legge formulate finora con riferimento al reddito di cittadinanza adotta questa concezione. E’ scorretto quindi introdurla nella discussione circa le proposte avanzate in merito. Se il reddito di cittadinanza viene inteso come una erogazione pari alla differenza tra il reddito percepito dall’individuo e una soglia individuata come livello minimo di sussistenza, la perplessità di cui sopra dovrebbe dunque cadere. Si avanzano però altre perplessità basate su altre confusioni. La prima di queste è basata sulla presunta natura anticostituzionale del principio, in quanto la Repubblica Italiana è “fondata sul lavoro” e “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Da qui è stato coniato lo slogan “lavoro di cittadinanza” in contrapposizione al “reddito di cittadinanza”. Ora, se per “lavoro di cittadinanza” si fa riferimento al possibile ruolo dello Stato come “datore di lavoro di ultima istanza”, se ne può discutere; ma non si può far credere che il principio del reddito di cittadinanza si opponga a queste responsabilità dello Stato; esso si applica a quei casi residuali in cui lo Stato non riesca a rendere effettivo il diritto al lavoro, o in cui dal lavoro non provenga una retribuzione sufficiente. Non si può dimenticare che la Costituzione afferma anche che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” e che “i lavoratori hanno diritto a che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di disoccupazione involontaria”. E’ lo stesso principio del reddito di cittadinanza, nelle varie proposte formulate, a contenere un meccanismo per cui la sua estensione si riduce automaticamente quanto più lo Stato riesce a rendere effettivo il diritto al lavoro. Si potrebbe anche aggiungere che la natura di stabilizzatore anticiclico del reddito di cittadinanza è di aiuto nel promuovere le condizioni di mercato favorevoli alla creazione di posti di lavoro. Una seconda perplessità riguarda la possibilità che i beneficiari del reddito di cittadinanza assumano un comportamento di “moral hazard”, ossia che facciano un ragionamento del genere: siccome questa copertura finanziaria mi consente di vivere in assenza di reddito da lavoro, non mi impegno a cercare lavoro. In tal modo il reddito di cittadinanza diventerebbe un disincentivo verso la ricerca del lavoro. Questo è un rischio possibile; ma sta alle condizionalità predisposte per l’erogazione, e al livello di reddito considerato come soglia di riferimento, il compito di neutralizzare, o ridurre a un minimo trascurabile questo rischio. Una terza perplessità è fondata sull’ipotesi di un presunto effetto distorsivo sui salari; effetto che taluni possono vedere come positivo e altri come negativo, a seconda dei punti di vista. Si ipotizza che da un lato le imprese possano permettersi di offrire salari più bassi e dall’altro che i lavoratori siano disposti ad accettarli in quanto esisterebbe sempre la garanzia di un livello minimo di reddito assicurato dal reddito di cittadinanza. In proposito si fa però un po’ di confusione, perché tale effetto distorsivo è piuttosto improbabile. Di fatto una retribuzione inferiore alla soglia di riferimento del reddito di cittadinanza non potrebbe essere proposta (salvo per lavori a tempo parziale o per lavori occasionali) poiché non potrebbe essere accettata in quanto la retribuzione da lavoro più l’integrazione complementare del reddito di cittadinanza corrisponderebbe ad un livello di utilità inferiore alla fruizione del solo reddito di cittadinanza nella misura integrale. In realtà la soglia del reddito di cittadinanza potrebbe operare come una sorta di “salario minimo”. Più probabile sarebbe invece l’ipotesi di accettazione di lavori retribuiti totalmente o parzialmente in nero per via dell’incremento di utilità che deriverebbe dal cumulo di reddito. Quest’ultima considerazione ci porta a mettere in evidenza i veri problemi sui quali dovrebbe concentrarsi l’esame critico della proposta di reddito di cittadinanza. Il primo di questi è dato dalla definizione chiara delle condizionalità. Partecipazione ai processi di formazione e di ricerca di lavoro e non rifiuto delle congrue proposte di lavoro dovrebbero essere le due principali. Perché queste condizionalità siano applicabili occorre che i servizi per l’impiego sviluppino efficienti politiche di attivazione, ma anche che i soggetti titolari delle politiche attive e quelli erogatori del reddito integrativo non operino in maniera disgiunta. Purtroppo, nonostante i tentativi di riforma in questo campo, gli standards adeguati sono ancora ben lontani dall’essere raggiunti. Il secondo problema è quello di impedire che si possa contemporaneamente fruire del reddito di cittadinanza e di retribuzioni da lavoro in nero. Il problema del lavoro sommerso è, come quello dell’evasione fiscale, un problema in cui in Italia alle difficoltà oggettive di soluzione si associa una consolidata assenza di volontà di risolverlo. Sono tutt’altro che infrequenti i casi in cui i fruitori delle tradizionali politiche passive come la “cassa integrazione”, abbiano svolto o svolgano nello stesso tempo attività lavorative retribuite in nero. Se non si risolve questo problema viene seriamente compromessa l’applicabilità di qualsiasi politica di sostegno al reddito dei disoccupati o sottoccupati. Infine, il terzo grosso problema da approfondire è quello della sostenibilità finanziaria. Va da se che la sostenibilità finanziaria va considerata in un quadro complessivo che tenga conto della cancellazione di tutte le voci di spesa che verrebbero sostituite dal reddito di cittadinanza e anche nel quadro di una complessiva riforma del sistema di “welfare” e del suo finanziamento. Tutte le proposte di legge formulate in materia prevedono ipotesi di copertura finanziaria, e diversi Istituti hanno prodotto stime degli oneri finanziari legati alle diverse formulazioni. Esiste quindi documentazione sufficiente per svolgere analisi rigorose e concrete in proposito, e anche per formulare nuove proposte, superando i generici pronunciamenti che quasi sempre, nel vortice della propaganda politica, vengono enfatizzati in un senso o nell’altro. Su questi problemi va concentrata l’analisi se si vuole affrontare seriamente la questione del sostegno al reddito in un’ottica di politiche attive del lavoro, di lotta alla povertà e di rafforzamento della domanda aggregata. Non si può continuare a generare solo confusione intorno al reddito di cittadinanza, e ridicolo appare il trattare la proposta come se fosse una stramberia di qualche lunatico mentre tutti i paesi europei, sia più ricchi che più poveri dell’Italia (ad eccezione della Grecia!), lo hanno incluso (e da tempo!) nel proprio sistema di politica economica e sociale. Che siano tutti matti?

* Professore Ordinario di Economia Politica Dipartimento di Economia Università Roma Tre

di Sebastiano Fadda

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