Emissioni,Fca, sotto tiro anche negli Usa


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Diesel. L’accusa: software truccato. Le differenze con il casoVolkswagen

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Dall’Europa agli Stati Uniti attorno a Fca si va chiudendo la tenaglia di un nuovo Dieselgate. Certo, il gruppo guidato da Sergio Marchionne contesta fin dall’inizio di questa storia – che negli Usa risale agli ultimi mesi dell’aministrazione Obama e nell’Ue al settembre del 2016, quando furono le autorità tedesche ad allertare Bruxelles – l’accostamento del suo nome a quello dello scandalo che ha travolto Volkswagen e i suoi vertici, uno stigma che rischia di restare impresso a fuoco sulla reputazione di qualsiasi azienda (anche se il colosso di Wolfsburg in fin dei conti se l’è cavata meglio di quel che si supponeva). Il dispositivo al centro delle contestazioni formulate in gennaio dall’Epa, l’agenzia per la protezione ambientale, consente lo stacco dei fumi di emissione del motore in caso di surriscaldamento. La tesi di Fca è che nessun paragone è possibile con il software installato da Volkswagen sulle sue vetture, concepito per limitare le emissioni al momento dei test sui banchi di prova e poi neutralizzato prima della messa su strada. Sta di fatto però che il fronte aperto dal Dipartimento di Giustizia americano concorre a creare l’impressione dell’accerchiamento. Quel che è peggio, le accuse sono le stesse costate a Volkswagen 19 miliardi di dollari tra multe e risarcimenti ai consumatori. Sotto osservazione, oggi come a gennaio, sono 104mila veicoli Jeep Grand Cherokee e Ram. Fca ha respinto ogni addebito e si è detta pronta a difendersi ”con forza, in particolare contro l’eventuale accusa che abbia deliberatamente tramato per installare impianti di manipolazione per aggirare i test sulle emissioni negli Stati Uniti”. Fin qui il gruppo ha battuto la strada della mediazione, collaborando sia con l’Epa che con il California Air Resources Board, l’agenzia californiana con cui da mesi è in corso un dialogo per chiarire la reale natura delle tecnologie utilizzate. La settimana scorsa, inoltre, Fca ha presentato all’Epa la richiesta di certificazione delle versioni 2017 dei modelli incriminati, sui quali si è resa disponibile ad installare un aggiornamento del software che regola le emissioni. La modifica, se accettata dalle due agenzie, potrebbe venir eseguita anche sui modelli degli anni 2014 – 2016. ”In questo modo- osserva il segretario nazionale della Fim Ferdinando Uliano – le contestazioni relative a quel periodo verrebbero a cadere”, profilandosi dunque un accordo tombale che a Fca imporrebbe con tutta probabilità una sanzione modesta, ben l o n t a n a dai 4,6 miliardi di dollari che rischia invece in caso di condanna al termine di un procedimento giudiziario. Tuttavia ”non è corretto equiparare la situazione in cui oggi si trova Fca al caso Volkswagen – precisa il sindacalista – Il software impiegato da Fca è perfettamente legale in Europa, e lo è anche negli Stati Uniti, dove però occorre comunicarne l’installazione alle autorità competenti. La colpa di Fca è di non aver rispettato questo adempimento. Nel caso di Volkswagen, invece, siamo in presenza di una vera e propria truffa”. Ora però la causa intentata dal Dipartimento di Giustizia presso il tribunale di Detroit complica le cose. ”Noi ovviamente ci auguriamo che questa vicenda si chiuda nel modo migliore – dice Uliano – anche per evitare danni di reputazione”. Il dossier sui motori diesel e sulle loro emissioni continua a tenere banco anche in Europa. La settimana scorsa la Commissione Ue ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia, accusata di non aver vigilato a sufficienza sul rispetto della normativa Ue da parte di Fca (è alle autorità nazionali che compete l’omologazione). Il governo ha reagito malissimo, tanto che il ministro dei Trasporti Dalrio ha definito ”deludente” il comportamento di Bruxelles, che si è rifiutata di concedere all’Italia una proroga per fornire chiarimenti. La ragione principale dell’irritazione è però un’altra. A rivolgersi all’esecutivo comunitario per denunciare le presunte violazioni commesse da Fca è stata la Germania. Cioè il paese da cui il Dieselgate ha avuto origine, come aveva fatto notare a muso duro già nel gennaio scorso il titolare dello Sviluppo Economico Calenda (”Berlino se si occupa di Volkswagen non fa un soldo di danno”). Il governo tedesco, si sa, non è mai sordo alle sollecitazioni dei grandi costruttori di casa, che d’altronde rappresentano uno dei pilastri dell’economia nazionale, un vanto del Modell Deutschaland. Il sospetto che l’iniziativa contro Fca nasconda la volontà di sgambettare un concorrente che si è fatto pericoloso proprio nel segmento di mercato tradizionalmente egemonizzato dai marchi tedeschi non passa per la testa solo al governo: ”E’ chiaro che che con la sua strategia di crescita nel settore premium Fca dà fastidio – annota Uliano – Da parte tedesca mi sembra inoltre che vi sia il tentativo di mettere la sordina al caso Volkswagen coinvolgendo altri costruttori. Per questo dico che il ministro Delrio ha ragione nell’accusare di scorrettezza la Commissione per le modalità con le quali ha proceduto contro l’Italia”.

Carlo D’Onofrio

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