“Se non ci fosse povertà non ci sarebbe mafia”


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Capaci,25anni dopo. L’insegnamento di Falcone conserva ancora oggi tutta la sua forza

Sono passati venticinque lunghi anni dalla strage di Capaci. Ricorderemo sempre quel pomeriggio del 23 maggio del 1992 quando tutti i telegiornali, in edizione straordinaria, comunicarono una notizia agghiacciante: Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta erano stati uccisi in un attentato sulla autostrada che da Palermo conduce a Punta Raisi. Un mese dopo anche Paolo Borsellino ed i suoi uomini furono massacrati in un altro terribile agguato, davanti l’abitazione della madre del magistrato palermitano. Lo stesso drammatico destino aveva accomunato due servitori dello stato, due magistrati siciliani assassinati perché avevano cercato di combattere la mafia, individuando responsabilità, convivenze e connessioni, anche dentro lo Stato. Fu un colpo durissimo per il nostro Paese. Smarrimento, rabbia, paura erano i sentimenti comuni tra le italiane e gli italiani. Ma come era già accaduto negli anni tragici del terrorismo fu il mondo del lavoro a scendere in campo per sollecitare una risposta unitaria ed attiva di tutto il Paese, senza distinzioni, di fronte all’attacco portato al cuore delle istituzioni democratiche dalla mafia. Il 27 giugno di quell’anno, centomila lavoratori giunsero in Sicilia a Palermo da ogni parte d’Italia dietro le bandiere del sindacato per chiedere giustizia, legalità, sviluppo. Ci fu una grande manifestazione unitaria, la più imponente nella storia del Mezzogiorno, che costituì una svolta alla nascita di un sentimento collettivo di “rivolta delle coscienze” nei confronti del ricatto mafioso. Anche le forze parlamentari fecero quadrato intorno alle istituzioni, eleggendo a larga maggioranza Oscar Luigi Scalfaro comePresidente della Repubblica. Lo Stato seppe reagire, i boss mafiosi in fuga per decenni furono arrestati, anche se i mandanti occulti di quelle stragi degli anni Novanta non sono mai stati individuati. ”La mafia è composta da uomini che si possono sconfiggere, purché lo si voglia”, diceva giustamente Giovanni Falcone. Ed oggi quelle sue parole profetiche rimangono attuali, in una Italia dove la presenza e le infiltrazioni di mafia, n’drangheta e camorra sono forse ancora più forti del passato ed anzi si sono estese in tutte le aree del paese, nelle attività economiche, negli appalti pubblici, nel gioco d’azzardo, nella gestione dei rifiuti, nello sfruttamento dell’immigrazione clandestina e persino nell’utilizzo delle risorse pubbliche per l’accoglienza dei profughi. Lo sappiamo bene: la causa umana fondamentale di ogni forma di mafia è la miseria senza vie d’uscita. Basterebbe pensare ai quartieri periferici di tante città del Sud, ma oggi anche di altre regioni italiane, in mano ai clan malavitosi, dove regna la disoccupazione, l’ignoranza, la violenza, l’abbandono scolastico, dove mancano servizi sociali, ospedali decenti, infrastrutture adeguate. Sempre Falcone diceva: ”Se non ci fossero gli uomini poveri, disperati, analfabeti non ci sarebbe la mafia”. La criminalità si annida nella povertà, si nutre oggi delle diseguaglianze crescenti nel paese come ha certificato l’Istat, nel senso di solitudine e di frustrazione delle persone. E’ un errore pensare che la lotta per la legalità sia cosa diversa e separata da quella per la crescita sociale, per gli investimenti e per lo sviluppo economico. Il tempo di questa lotta è unico. Il lavoro è ciò che rende liberi dai ricatti della malavita, che rende davvero la persona completa, le permette di esprimersi, di contribuire al bene comune. Senza lavoro non c’è sviluppo, progresso, libertà. Ci sono delle responsabilità evidenti della classe dirigente che non ha saputo gestire i fondi pubblici ed europei, progettare e realizzare le opere che servono ai cittadini ed alle imprese. Ma non è vero che nel Sud non si possa fare sana imprenditoria. Tocca alle istituzioni individuare specifiche aree industriali e farle sviluppare, facendo confluire risorse pubbliche, adeguando le infrastrutture, arginando le commistioni politica- malavita. Ci vorrebbe più Stato e più Europa, un patto sociale sulla base di obiettivi concreti, scelte chiare e responsabilità condivise. Ma invece leggiamo tante ricette dal sapore populista, proposte di sussidi economici e non redditi da lavoro, slogan e programmi velleitari da parte dei partiti politici, vecchi e nuovi. In realtà non si intravede ancora un progetto di alto profilo e che sia all’altezza della sfida cui verrà chiamato il nostro paese nei prossimi anni. Parliamo di politiche specifiche e differenziate per la disoccupazione giovanile, servizi per l’inclusione sociale capaci di contrastare l’aumento delle povertà, investimenti pubblici in innovazione e ricerca, politiche attive, una diffusa ed effettiva alternanza scuola-lavoro. In altri Paesi come la Germania la sinergia tra questi fattori ha prodotto risultati straordinari, puntando sulla qualità del lavoro a partire dai processi di industria 4.0. Da qui bisogna ripartire, rimettendo al centro l’esigenza anche di una riforma fiscale che abbassi le tasse sul lavoro, le pensioni, le imprese innovative che investono in qualità ed assumono i giovani. Non abbiamo bisogno di nuove norme calate dall’alto sulle materie del lavoro. Servono più accordi che rilancino la produttività e le grandi potenzialità umane e professionali del nostro Paese. Per questo le prossime settimane saranno decisive. Occorre una svolta verso un modello contrattuale innovativo che apra le porte alla democrazia economica ed alla partecipazione organizzativa e gestionale dei lavoratori alle scelte aziendali anche attraverso i fondi pensione. Scuola, lavoro, cultura della legalità rimangono oggi le nostre parole d’ordine, anche contro il sistema diffuso della corruzione che succhia dalle casse dello Stato e dalle tasche dei cittadini circa 60 miliardi all’anno. Un ammontare che se fosse ridistribuito agli italiani, farebbe aumentare il loro reddito pro capite di circa 1000 euro all’anno secondo alcuni autorevoli studi. Dobbiamo ripartire dalla centralità del lavoro, dalla sua dignità, dalla lotta ad ogni forma di sfruttamento, spezzando quella rete di omertà, di ricatto che c’è in molti territori. Solo stimolando la coscienza morale e civile della società attraverso il valore del lavoro si potranno sconfiggere le mafie e la cultura della illegalità in nome del sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

* Segretaria generale della Cisl

Annamaria Furlan

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