L’olio di palma e la cattiva coscienza del bigbusiness


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Mu l t i n a z i o n a l i esposte,

     circondate e costrette a mettersi sulla difensiva di fronte all’esposizione mediatica negativa e alla pressione degli esponenti della società civile.

     Quello della Wilmar, il maggior produttore e fornitore di olio di palma al mondo, è uno dei casi più significativi di come gli abusi nei confronti dei lavoratori e dell’ambiente possano essere contrastati. Accusata di sfruttamento dei lavoratori, fra cui minori, e di pratiche illegali di deforestazione, la multinazionale, che fornisce brand conosciuti in tutti il mondo, si è trovata a far i conti, in primo luogo, con i suoi stessi clienti e con i finanziatori. Così, mentre la Wilmar si affanna, senza grande successo, a negare le pesanti accuse, compagnie come la Nestlè, che si approvvigiona dall’azienda, e la banca Hsbc, che ne finanzia i progetti, hanno annunciato di voler prendere le distanze rivedendo le loro politiche rispetto alla lucrativa industria dell’olio di palma.

     L’olio di palma, l’olio vegetale più consumato al mondo, alimenta un giro d’affari globale che si aggira intorno ai 40 miliardi di dollari. Un business dietro cui si nascondono spesso pratiche immorali e insostenibili che prevedono lavoro forzato, lavoro minorile oltre che alla deforestazione sistematica e illegale di aree destinate alla coltivazione: secondo il World Wide Fund for Nature, ogni ora si distrugge l’equivalente di 300 campi da calcio di foresta pluviale per far spazio alla preziosa palma. Un vero flagello per paesi tropicali quali la Malesia e l’Indonesia, che coprono insieme l’80% della produzione globale.

     Le pratiche di deforestazione, documentate da un recente rapporto dell’organizzazione “Rainforest action network”, sono causa non solo di danni ambientali ma anche di abusi nei confronti di intere popolazioni, dislocate in maniera forzata e lasciate alla mercé dei trafficanti di esseri umani.

      A farla da padrone nel settore è la Wilmar, leader asiatico nel settore dell’agribusiness. Basata a Singapore, la Wilmar impiega direttamente oltre 90 mila persone in oltre 50 paesi nel mondo con profitti annui che superano i quaranta miliardi di dollari. Ed è proprio la multinazionale asiatica ad esser finita sotto i riflettori a seguito di un recente rapporto pubblicato da Amnesty International in cui si traccia la catena di fornitura di nove compagnie globali del calibro di Afamsa, Adm, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever.

      I risultati dell’indagine sono preoccupanti: “Giganti come Colgate, Nestlé e Unilever – si legge nel comunicato diAmnesty – garantiscono ai consumatori che i loro prodotti utilizzano olio di palma sostenibile, ma i nostri risultati rivelano che non lo è affatto e che gli abusi scoperti non sono incidenti isolati, ma sistemici del modo in cui Wilmar fa affari: c’è qualcosa di sbagliato quando nove società, che hanno fatturato complessivamente 325 miliardi di dollari nel 2015, non sono in grado di fare qualcosa contro il trattamento atroce riservato ai lavoratori.”

      A seguito delle denuncia, la Wilmar ha preso provvedimenti ma non nella giusta direzione. Secondo Amnesty, la multinazionale sarebbe infatti impegnata in un’azione di copertura degli abusi basata su minacce nei confronti dei suoi impiegati. In particolare, l’organizzazione non governativa ha denunciato come la Wilmar abbia chiesto ai suoi dipendenti di firmare un documento dove si negano i risultati dell’indagine. Un documento firmato dai lavoratori “volontariamente”, si legge nella risposta della multinazionale, in segno di “supporto” nei confronti del loro datore di lavoro.

      Sullo sfondo delle polemiche fra multinazionali e organizzazioni non governative si registra il fallimento da parte delle autorità governative, in particolare quelle dell’Indonesia al centro dell’indagine di Amnesty, che non sembrano in grado di far rispettare la legge permettendo i peggiori abusi. Ma è anche il ruolo della tavola rotonda sulla sostenibilità dell’olio di palma (Rspo) a destare la preoccupazione dell’organizzazione non governativa che sottolinea come tre dei cinque siti produttivi ispezionati siano certificati come “sostenibi – li”:

      “Questo rapporto – conclude Amnesty – dimostra chiaramente come le compagnie abbiano usato la tavola rotonda come scudo per evitare maggiori controlli”.

Manlio Masucci

2 pensieri su “L’olio di palma e la cattiva coscienza del bigbusiness

  1. A questo aspetto di sfruttamento umano e ambientale, posso credere. Ma che l’olio di palma sia cancerogeno, questa non me la danno a bere! Di ogni cosa su questa terra, tutti sono pronti a dire tutto e il contrario di tutto … ditemi che non è vero …

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