Pio La Torre e la strategia di decapitazione della politica


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È quasi un riflesso condizionato, quando si parla di lotta alla mafia e ai poteri occulti, accostare tre figure emblematiche come quelle di Pio La Torre, segretario regionale del Pci siciliano ucciso il 30 aprile del 1982; Piersanti Mattarella, presidente democristiano della regione siciliana trucidato il 6 gennaio del 1980; e Michele Reina, segretario provinciale della Dc palermitana assassinato il 9 marzo del 1969. Tre delitti eccellenti eseguiti da Cosa Nostra nel corso di un decennio con l’obiettivo di decapitare la politica in Sicilia per spartire gli affari pubblici tra le cosche senza impedimenti di sorta. La figura di La Torre, è stata ricordata ieri, in un convegno organizzato dalle Fondazioni Giulio Pastore, Giuseppe Di Vittorio e Bruno Buozzi, a Roma a Palazzo San Macuto (sede della commissione parlamentare antimafia), da ex politici e sindacalisti, docenti universitari e intellettuali come Emanuele Macaluso, Giorgio Benvenuto, Enzo Scotti, Giuseppe Acocella, RaffaeleVanni, Adolfo Pepe, Aldo Carera ed Enzo Campo. L’impegno sociale di La Torre comincia da giovane, quando si impegna nella lotta a favore dei braccianti, prima nella Confederterra, poi nella Cgil (dal 1952 come segretario provinciale di Palermo) e infine nel Partito comunista italiano. Nel 1959 diventa segretario regionale della Cgil, nel 1960 entra nel Comitato centrale del Pci, e nel 1962 viene eletto segretario regionale, succedendo a Macaluso. Insieme al giudice Cesare Terranova, La Torre redige e firma una relazione che mette in luce i legami tra la mafia e politica siciliana con interessi trasversali molto estesi, alla quale si accompagna una proposta di legge che introdurre un nuovo articolo nel codice penale che prevede il reato di associazione mafiosa: il famoso 416 bis che stabilisce tra l’altro, per i colpevoli, la decadenza della possibilità di ricoprire incarichi pubblici e soprattutto la confisca obbligatoria dei beni frutto di attività criminali. Nel 1969 La Torre si trasferisce a Romae nel ’72 viene eletto alla Camera dove propone la Legge (Rognoni- La Torre) che contiene il 416bis. Quando La Torre torna in Sicilia, nel 1981, sono già stati uccisi il giudice Terranova (25 settembre 1979) e il presidente della regione Mattarella. Assume nuovamente l’incarico di segretario regionale del Pci e intraprende la sua ultima battaglia, quella contro l’installazione dei missili Nato a Comiso, con l’idea di ”fare del Mediterraneo un mare di pace”. Un personaggio scomodo, La Torre. Che sa di essere inviso. Poche settimane prima dell’agguato mafioso è preoccupato, tanto da girare armato dopo aver ottenuto un porto d’armi per difesa personale. Anche se ciò non servirà a salvargli la vita quando alle nove del mattino del 30 aprile di trentacinque anni fa due moto con a bordo uomini delle cosche armati di mitragliette e pistole affiancano la sua auto guidata da Rosario Di Salvo e aprono il fuoco. La Torre muore sul colpo mentre Di Salvo ha il tempo di estrarre la pistola e sparare in un estremo tentativo di difesa. Purtroppo inutile. Il 12 gennaio 2007 la Corte d’Ap – pello di Palermo emette la sentenza che individua in Giuseppe Lucchese, Nino Madonia, Salvatore Cucuzza e Pino Greco gli esecutori materiali dell’aggua – to. Dalle rivelazioni di Cucuzza, che collabora con la giustizia, si ricostruisce il quadro dei mandanti: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci. Nomi che ritornano nelle successive stragi di mafia, di cui restano vittime anche i giudici Falcone e Borsellino, che puntano a destabilizzare lo Stato. Personaggi inquietanti, inseriti in trame ancora più inquietanti che potrebbero riproporsi, di cui si intravedono i contorni ma non in nucleo centrale.

Francesco Gagliardi

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